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Ushabti: al servizio dei defunti

Ushabti: al servizio dei defunti

04/01/2015 Arte e Cultura Egittologia Spiritualità 0

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Gli Egizi credevano che l’Aldilà fosse una riproposizione della vita terrena e come tale i defunti erano obbligati sia a svolgere i lavori quotidiani che li avevano accompagnati durante il corso della vita sia a provvedere al proprio sostentamento. Ne derivano delle corvées ritenute noiose, quali l’irrigazione e la lavorazione dei campi che i defunti cercarono di evitare con la fabbricazione degli ushabti, statuette funerarie che avevano il compito di sostituirli nei lavori dell’Aldilà e per questo dotati di strumenti agricoli. Il termine ushabti, infatti,significa «rispondente», ossia colui che risponde alla chiamata (Capitolo VI del Libro dei Morti) del suo proprietario per sostituirlo nei lavori.
Gli ushabti, insieme a tutti i componenti del corredo funerario, venivano fabbricati all’interno dei hwt-nwb (“Case d’oro”), laboratori che facevano parte dei maggiori templi, delle residenze reali e del Tesoro dello Stato. Sappiamo dell’esistenza di un atelier a Menfi, sotto la guida del dio locale Ptah protettore degli artigiani. Questo atelierè presente a Saqqara nelle pitture della tomba di Apuia, capo orefice durate il regno di Amenhotep III.
Le più antiche statuette furono modellate in cera e creta, materiali tipici delle figurine magiche e degli amuleti, mentre nel Medio Regno oltre al

legno, principalmente impiegato nel Secondo Periodo Intermedio e nel Nuovo Regno, comparvero esemplari in pietra che soddisfacevano maggiormente l’esigenza di eternità che la statuina richiedeva. Le pietre predilette per questo tipo di fabbricazione  furono l’alabastro, la serpen

tina, il granito e lo schisto. Alla fine del Nuovo Regno, pietra e legno furono sostituiti dalla ceramica e dalla faïance. In realtà qualche esemplare in faïance è datato al Medio Regno, con una predilezione per la colorazione blu, mentre dal Terzo Periodo Intermedio fino all’Età Tarda gli ushabti furono creati principalmente in faïance verde con smalti di migliore qualità.
Gli ushabti in ceramica risalgono alla XVIII dinastia con un incremento durante la XIX dinastia a causa di una diversa concezione degli ushabti, raccolti ora in vere e proprie squadre; si necessitava quindi di ridurre i tempi e i costi di produzione impiegando un materiale più economico come l’argilla rossa del Nilo. Bisogna citare i rari esemplari in bronzo che compaiono alla fina della XVIII dinastia per privati, oltre a statuette rinvenute nei corredi reali di Ramesse II, Ramesse III e Psusennes.
Strettamente connessa con la figurina dell’ushabti è la sua formula magica. Durante la XII dinastia il sarcofago perse la sua forma rettangolare per assumere un aspetto antropomorfo, riducendo, di conseguenza, lo spazio da poter dedicare alle iscrizioni che furono così scritte sulle statuette che componevano il corredo funerario. In una società agricola come quella dell’Antico Egitto, la famiglia costituiva l’unità sociale principale e tutti i componenti dovevano prendere parte ai lavori agricoli quotidiani. Ecco perché il defunto richiedeva i suoi familiari nell’Aldilà
attraverso un gruppo di formule facenti parte dei Testi dei Sarcofagi, chiamate “formule per riunire la famiglia”. Erano dei wd-nsw, ossia decreti reali che costituivano documenti legali, ad esempio:
“Sigillo di un decreto che concerne la famiglia. Dare la fam iglia di un uomo nella terra del dio. Ha decretato che là mi venga data la mia famiglia, i miei figli, i miei fratelli e le mie sorelle, mio padre e mia madre, tutti i miei servitori e tutti i miei abitanti del villaggio, così da liberarmi dai lavori di Seth, dal censimento di Iside la Magnifica a cui segue Osiride Signore dell’Ovest. Geb, il Principe degli dèi, ha detto che sia rilasciata per me la mia famiglia, essendo liberato dagli dèi o dalle dee”

Nell’Antico Regno l’Aldilà era una prerogativa del sovrano, mentre i privati potevano aspirare a ottenere la concessione di costruire la propria mastaba (pr dt) nei pressi della tomba del proprio signore. Il secolo e mezzo che separa l’Antico Regno dal Medio Regno è chiamato Primo Periodo Intermedio ed è caratterizzato da una crisi del potere centrale a favore dei poteri locali che divennero sempre più forti, tanto che ora gli viene ora garantito l’Aldilà. Cresce di conseguenza, l’importanza del dio Osiride, signore dell’Oltretomba evidente nelle prime statuette funerarie del Medio Regno che richiamano le sembianze del dio: erano in pietra o in legno con il corpo mummiforme e solo la testa liberadall’involucro. Le statuette del Medio Regno possono essere suddivise in due categorie: statuette senza mani visibili interamente anepigrafi o decorate con un testo e statuette con le mani in rilievo, incrociate sul petto che richiama la grande statuaria contemporanea, come l’ushabti datato alla XIII dinastia appartenente a una donna, Akhemnechmet, “Splendente nella barca Nechmet”, ossia la barca sacra del tempio di Abido sulla quale naviga il dio Osiride.

Il periodo dal 1785 al 1560 a.C. è chiamato Secondo Periodo Intermedio ed è caratterizzato dall’arrivo dei cosiddetti Hyksos, i quali assunsero totalmente il modo di governare degli Egizi, pur mantenendo la propria identità culturale visibile nell’architettura e nella produzione ceramica. In questo periodo gli ushabti sembrano scomparsi. Contemporaneamente a questa dinastia nacque a Tebe la XVII dinastia fondata da Rahotep a cui si deve la rinascita in Alto Egitto di una certa attività artistica. I più interessanti ushabti legati alla XVII dinastia sono delle statuette in legno scolpite in modo grossolano e ricoperte da iscrizioni che furono chiamate “Teste di legno”, di cui solo mani e piedi sono scolpiti in rilievo. La maggior parte di questi esemplari riposa all’interno di un piccolo sarcofago in legno o in terracotta. La tradizione delle “teste di legno” si perpetuò fino alla XVIII dinastia.

Con il Nuovo Regno l’Egitto è all’apice del suo splendore, principalmente per le conquiste di Tuthmosis III grazie al quale il regno si estendeva dall’Eufrate a Napata, in Sudan, oltre alla pace perseguita da Amenhotep III. Questo benessere è ben visibile negli ushabti, fabbricati in materiale diverso, preludio dell’eterogeneità che sarà maggiormente presente nei decenni successivi, soprattutto con Tutankhamon di cui cono sciamo numerosi ushabti, uno differente dall’altro, con materiali pregiati che tradiscono la ricchezza dell’epoca.
Anche le iscrizioni subiscono un mutamento, infatti la formula d’offerta a Osiride, in modo che il Ka sia fornito di tutti gli alimenti, cede il passo al Capitolo VI del Libro dei Morti e si aggiunge un nuovo passaggio:
«Bene (ushabti)! Il lavoro ti sarà inflitto laggiù come un uomo con il suo compito. Eccomi! tu dirai».
Si comprende così che l’ushabti non è più un sostituto, ma lavora per conto del defunto, idea resa più chiara con l’aggiunta degli attrezzi agricoli; ormai sono considerati parte di una squadra alle dipendenze del proprietario. Il più antico ushabti regale conosciuto appartiene ad Ahmosis. Questo esemplare in calcare porta la barba e il nemes adornato con un ureo, ma non impugna alcun emblema.
Nel XIX secolo nella Valle dei Re, furono scoperti numerosi ushabti, interi o frammentari, inevitabilmente ricollegabili al re Amenhotep III (1408-1372 a.C.). I 33 ushabt riferiti al sovrano sono riconoscibili dalle quattro colonne in cui compare l’ultima preghiera combinata al Capitolo VI del Libro dei Morti:
« Far fare degli ushabti per il felice Osiride Nebmaa tre giustificato nel mondo dei morti. O déi che siete vicino al Signore dell’Universo (Osiride), seduto accanto alla sua bocca, ricordatevi di me, il Re, quando pronunciate il suo nome, quando donerete per lui le sue offerte della sera e quelle del mattino, così che esaudirete tutte le sue preghiere nella regione di Pek, quando lui celebra la festa Ouag. Possa essere al posto di Osiride Re Amenophi, giusto di voce, per coltivare i campi, per irrigare le rive, per trasportare la sabbia dell’Oriente verso l’Occidente. Che si ricordi di Osiride Re Nebmaatre, giusto di voce, vicino l’Immortale (Osiride), per cui riceva delle offerte di cibo in sua presenza»

Conttemporaneamente il nome del dio Aton fu iscritto all’interno del cartiglio assumendo così anche una connotazione regale a differenza del re, il quale assunse caratteristiche divine. I cambiamenti investono anche il campo artistico: il sovrano viene rappresentato in atteggiamenti affettuosi con la famiglia, rompendo il rigore con le epoche passate e le figure dei personaggi sono adesso sgraziate, con crani allungati, spalle

ricurve e proporzioni smisurate, forse per distaccare la famiglia reale dal resto della popolazione. Stranamente continua in quest’epoca la produzione degli ushabti collegati al dio Osiride in cui è ben visibile il cambiamento sopra citato.
Durante il Terzo Periodo Intermedio il processo di depersonalizzazione che condusse gli ushabti a divenire servitori del loro padrone continua a esistere tanto che il numero di statuette è ora fissato a 401, compresi i reis-ushabti. Adesso le statuette lavorano per e al posto del proprietario, come è visibile nel decreto di Nesy-Khonsu, sposa di Pinudjem II:
«Amon-Ra re degli dèi, il più grande dio, il più antico che viene in esistenza, dice: Io darò gli ushabti che sono stati creati per Nesy-Khonsu in modo che possano eseguire ogni sorta di cosa per il quale gli ushabti sono stati creati, in modo che ne sia esentata Nesy-Khonsu. Farò in modo che lei ne sia esentata ogni anno, ogni mese, ogni decade, ogni giorno e tutti i giorni epagomeni».
Il cambiamento è visibile anche nella rappresentazione delle statuette: non compare più il sacco delle sementi portato solitamente in spalla, mentre le statuine con abiti da viventi sono dotate di frusta, come Henouttaouy e di una fascia legata dietro la testa, comparsa per la prima volta con Masaharté.
L’analisi dell’Epoca Tarda risulta più complessa a causa della mancanza di informazioni derivate dal fatto che le tombe reali dell’epoca rimangono ancora sconosciute e gli ushabti rinvenuti sono dedicati a omonimi del sovrano. Si assiste a un ritorno al modello arcaico: l’aspetto è nuovamente mummiforme, ma con gambe più lunghe poggianti su uno zoccolo e sorretto da un pilastrino dorsale che nasce dalla capigliatura. Le mani incrociate sul petto sembrano emergere dal sudario che avvolge il corpo e sorreggono una zappa e la corda del sacco che pende sulla spalla sinistra.. Il testosi estende sulla parte inferiore della statuetta occupando anche la zona del pilastrino, mentre dalla XXVII dinastia il titolo e il nome del defunto saranno iscritti a “T”. Il numero è di 365 poiché i reis-ushabti sono adesso scomparsi.
La successiva conquista da parte di Alessandro Magno non ha provocato sostanziali cambiamenti in ambito funerario, al contrario di ciò che avvenne con i suoi successori, i Tolomei. Durante l’Epoca Tolemaica dilaga un generale pessimismo sulla vita oltre la morte. Nella visione tradizionale il defunto con la morte si identifica con il dio Osiride, ricevendo così i poteri magici che gli serviranno per superare i pericoli del mondo sotterraneo e ottenere la rinascita.
La nuova ideologia impone, invece, una totale identificazione con il dio e questo cambiamento porta a un rapido declino degli ushabti, poiché il lavoro della terra non trova più una giustificazione coerente. Sappiamo che durante questa epoca gli ushabti furono comunque utilizzati e un esempio è rappresentato dall’esemplare di Djedher, mummiforme e dotato di un’estesa iscrizione che si estende al di sotto dei gomiti fino ai piedi, lasciando libero il pilastrino dorsale. Durante il regno di Cleopatra VII si assiste al tramonto degli ushabti.