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[:it]Osarseph – Mosè[:en]Osarseph – Moses[:]

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05/07/2015 Religione Spiritualità 0

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Un giorno il re d’ Egitto Amenophis decise di voler vedere gli dei con i suoi occhi. Fece chiamare uno dei saggi del regno e gli chiese come poter far diventare il suo sogno realtà. Il saggio rispose che il re avrebbe potuto farlo se avesse purificato l’ Egitto dai lebbrosi e da altra gente impura.
Il re agì subito. Raccolse tutte le persone con menomazioni e malattie e le confinò presso le cave di pietra a est del Nilo, sottoponendole a duro lavoro e separandole dal resto della popolazione.

Quando il saggio vide questi atti di crudeltà, causati dalla sua profezia, temette l’ ira degli dei e le conseguenze distruttive del suo atto e si uccise.
I lebbrosi lavorarono nelle cave per lungo tempo prima che Amenophis gli assegnasse alla fine la città deserta di Avaris per viverci. Una volta arrivati, i nuovi residenti elessero come loro guida un sacerdote egiziano di Eliopoli chiamato Osarseph,

Mosè

 e giurarono di obbedire ad ogni suo ordine. Osarseph prescrisse ai lebbrosi delle norme, ognuna delle quali violava la legge egiziana. Tra le altre cose proibì loro di mangiare gli animali sacri per gli egiziani, e inoltre comandò che questi animali fossero massacrati dovunque fossero.
Poi inviò emissari presso gli Hyksos, una tribù di pastori espulsi dall’Egitto dai faraoni che in quel tempo vivevano in una città chiamata Gerusalemme, per invitarli ad unire le loro truppe con quelle dei lebbrosi e sconfiggere il faraone. Dopo essersi consacrato da sé re dei pastori e dei lebbrosi, Osarseph cambiò il suo nome in Mosè.

Per qualcuno che ha sempre sentito parlare della schiavitù degli israeliti e dell’esodo dall’Egitto, questa storia suona stranamente familiare. La storia fu scritta da Manetho (Manetone), un sacerdote egiziano che visse nel terzo secolo a.C., e che probabilmente basò il suo racconto sulle antiche iscrizioni di geroglifici conservati nelle tombe egiziane.

A grandi linee, si può considerare la storia dei lebbrosi schiavizzati e il loro capo Osarseph come la versione egiziana della storia dell’esodo. Il racconto di Manetone continua ricordando che l’esercito di lebbrosi e di pastori proveniente da Gerusalemme assunse il controllo del regno del Nilo, danneggiò le statue delle divinità e dominò con crudeltà sul regno. Gli alleati lasciarono l’Egitto solo quando il faraone arrivò con un grande esercito e li spinse verso nord.

Mosè era realmente un sacerdote egiziano che condusse una rivolta contro il suo paese? Diversi scrittori hanno ripreso questa teoria in numerose occasioni nel passato, dal periodo ellenistico fino al ventesimo secolo. Tra le altre cose ricorre spesso nelle fonti antiche egiziane il nome Mosè, che era piuttosto comune tra la nobiltà egiziana.

Purtroppo il libro di Manetone è andato perduto; la storia di Mosé-Osarseph ci è nota grazie a Giuseppe Flavio, lo storico ebreo-romano del primo secolo d.C, che lo citò nel suo libro “Contra Apionem”.

Giuseppe Flavio

Giuseppe Flavio

Giuseppe ridimensione la versione del sacerdote egiziano Manetone, presentandola come una storia ridicola e piena di contraddizioni. Gli studiosi hanno due posizioni sulla versione di Manetho circa la nascita degli israeliti, alcuni si chiedono se non sia una distorsione intenzionale della storia della Bibbia riguardo all’esodo dall’Egitto, altri ipotizzano che il racconto possa basarsi su eventi storici registrati in Egitto e trasmessi al sacerdote.

Il generale Mosè
L’egittologo Jan Assmann sostiene una seconda tesi. A suo avviso la storia che Manetho racconta è basata sul tradizioni dipendenti da due eventi traumatici per la storia dell’Egitto: la rivoluzione religiosa del faraone Akhenaton, conosciuto come il Re Eretico, che tentò di proibire il culto degli idoli e di imporre una religione monoteista con il dio sole Aton al suo centro; la conquista dell’Egitto da parte dei pastori hyksos semiti.

Esodo

Assmann asserisce che la storia dell’Esodo dall’Egitto, come è raccontata nella Bibbia, è una versione di quell’avvenimento – il controllo e l’espulsione dei nomadi – conservata nella tradizione di Canaan e che ha trovato espressione nella Torah.

Vera o falsa che sia, la versione di Manetho dell’esodo è tra le prime delle diverse teorie e miti costruiti intorno al racconto della Bibbia attraverso le generazioni. Queste teorie hanno provato a risolvere il mistero della versione dei fatti in vari modi e ad associargli vari significati.

Da una parte Giuseppe Flavio smentisce il racconto di Manetho sulla la rivolta dei lebbrosi, dall’altra presenta un’altra narrazione non meno enigmatica. Nelle “Antichità Giudaiche” racconta un capitolo poco noto della vita di Mosè.

L’Esodo trascura la narrazione della vita di Mosè dal tempo in cui fu salvato da bambino dalla figlia del faraone fino a quando assistette alla sofferenza del suo popolo e uccise il sorvegliante egiziano. Giuseppe, invece, presenta questo periodo in dettaglio.

Lo storico racconta che Mosè fu allevato nel palazzo del faraone e che, da adulto, fu nominato capo dell’esercito e guidò le truppe egiziane nella guerra contro i loro nemici etiopi.

Lo scontro fu duro. Per ingannare il nemico, Mosè diresse l’esercito egiziano lungo un percorso inaspettato attraverso il deserto. In quei territori, a sorpresa, dovette combattere contro un avversario straordinario: serpenti volanti, che secondo Flavio erano stati generati in gran numero dal terreno del deserto.

Mosè ricorse ad una brillante strategia per superare l’ostacolo: ordinò che fossero fatti dei cesti e all’interno vi mise degli uccelli conosciuti in Egitto come ibis; rilasciò nel deserto questi uccelli che cacciarono i serpenti, liberando la strada all’esercito egiziano con Mosè al comando.

Quando l’esercito egiziano raggiunse Sheba, la capitale degli etiopi, Mosè si trovò a dover risolvere un altro problema: la città era fortificata e si trovava su un’isola nel Nilo.

Sheba- Etiopia

Non ci fosse stato un atto di tradimento da parte degli etiopi, gli egiziani avrebbero dovuto ritirarsi. Therbis, la figlia del re etiope, dopo aver visto Mosè oltre le mura, se ne innamorò e mandò uno dei suoi servitori per proporgli che la città si sarebbe consegnata a condizione che egli l’avesse sposata.

Mosè accettò l’accordo e la città si arrese senza violenza. Così Mosè tornò in Egitto con una moglie etiope.

Si tende a credere Giuseppe quando racconta della rivolta contro i romani e del suicidio dei difensori di Masada, ma per qualche motivo la storia di Mosè come generale non ha mai preso piede nella tradizione storica ebraica.

Gli studiosi Yair Zakovitch e Avigdor Shinan affermano che la narrazione di Giuseppe potrebbe dipendere da una tradizione, diffusa tra gli antichi israeliti, riguardante le vicende della prima parte della vita di Mosè, il periodo trascorso alla corte del faraone.

Gli autori della Torah, come dicono Zakovitch and Shinan, hanno tentato di eliminare questa tradizione, perché presentava Mosè come alleato degli egiziani.

Mosè il sacerdote
Gli ebrei hanno tramandato la storia dell’Esodo dall’Egitto di generazione in generazione, ma del racconto si sono interessati anche altri popoli e culture. Il Corano, per esempio, conserva una tradizione dell’Esodo simile a quella biblica, da cui si distingue per una comparsa d’eccezione: Haman.

Il ben noto cattivo del Libro di Ester appare nel Corano come il braccio destro del faraone, che alla fine della storia annega insieme al faraone. Vi è un chiaro nesso tra il nome del consigliere di Assuero nel Libro di Ester e quello del primo ministro del faraone menzionato nel Corano, ma alcuni sostengono che il nome proviene dall’antico titolo egiziano Ha-amen, che era riservato agli ufficiali di alto grado alla corte del faraone.

Gli studiosi cristiani, in particolare nel Rinascimento, erano favorevoli alla teoria secondo cui Mosè fu introdotto al credo monoteista da un sacerdote egiziano di nome Ermete Trismegisto.

Ermete Trismegisto

Questa posizione dipende da un verso degli Atti degli Apostoli (7,22): “Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani”.

Nell’Illuminismo, a partire da questo assunto, gli studiosi sostennero che le leggi della Torah che Mosè consegnò al suo popolo erano in realtà un’imitazione delle leggi egiziane.

Il poeta tedesco Friedrich Schiller si spinse più di ogni altro filosofo contemporaneo nella descrizione dell’istruzione che Mosè ricevette in Egitto. Secondo il suo saggio “La Missione di Mosè”, da ragazzo quest’ultimo frequentò la scuola della casta sacerdotale egiziana.

L’idea del monoteismo – una forza originaria che guida l’universo – era trasmessa da una generazione ad un’altra.

I sacerdoti, tuttavia, tenevano segreto questo sapere, in modo da non suscitare la ribellione di chi adorava gli idoli, e perciò lo elaborarono nella forma dei geroglifici e nell’arte statuaria animale.

Schiller scrive che nella sua globalità la costituzione civile egizia si fondava sul culto degli dei, che erano destinati a scomparire. Tutti i pilastri a sostegno dell’intero edificio statale sarebbero crollati contemporaneamente. Era ancora piuttosto incerto se la nuova religione, concepita per prenderne il posto, avrebbe resistito quanto bastava per conquistare l’edificio.

Durante il periodo in cui veniva istruito per diventare sacerdote, Mosè apprese i geroglifici egiziani e i misteriosi rituali dell’ordine. Quando venne a conoscenza delle sofferenze del suo popolo schiavizzato, volle sia salvarlo che rivelargli il segreto della vera divinità, che aveva conosciuto alla scuola dei sacerdoti.

Siccome, però, conosceva la limitata perspicacia del suo popolo, Mosè pensò di identificare il dio dei sacerdoti con il dio nazionale degli ebrei, con il quale costoro avevano familiarità grazie alle narrazioni degli antenati. Mosè rivelò il segreto della casta sacerdotale egiziana ma la mascherò in parte con un’altra leggenda antica.

Così nacque la religione ebraica.

Mosè assassinato
La teoria di Schiller circa l’istruzione egiziana di Mosè e altri saggi scritti nel diaciannovesimo secolo hanno offerto spunti a diverse teorie sulla vita sconosciuta di Mosè. Un esempio è rappresentato dal libro di Sigmund Freud “Mosè e il Monoteismo”, uscito nel 1939, poco prima della morte dell’autore.

Akhenaton

Akhenaton

Freud aderì alla teoria che vedeva in Mosè un sacerdote egiziano. Egli sostenne che la circoncisione era una tradizione egiziana e che Mosè istituì tra gli ebrei la religione del faraone monoteista Akhenaton. Salvo poi che, dopo averla imposta al popolo che aveva scelto, gli israeliti, popolo inflessibile, gli disobbedirono e si ribellarono.

Secondo il padre della psicoanalisi, costoro non sopportavano una religione spirituale, astratta ed elevata. Così un giorno si ribellarono e uccisero la loro guida – un episodio vergognoso che fu censurato dal testo biblico e poi dimenticato.

Dopo l’uccisione di Mosè, stando a Freud, gli israeliti rinunciarono all’onere imposto dalla religione di Akhenaton e incoronarono Jahwe, che Freud defisce come un rozzo dio locale dalla mente ristretta, violento e sanguinario, che ordinò ai suoi seguaci di annientare il popolo di Canaan. L’idea monoteista fu avvolta nell’oscurità; il senso di colpa dell’assassinio del loro leader rimase inibito nella memoria.

L’inibizione fu superata solo mille anni fa, negli scritti dell’ebreo Saulo (Paolo) di Tarso, uno dei fondatori del cristianesimo. Il rimorso represso dell’uccisione di Mosè si trasformò nella storia di Gesù, il figlio di Dio che è stato ucciso ed è tornato per salvare il mondo.

Paolo di Tarso

Freud, che era un ebreo, elaborò la teoria in modo tale da rappresentare gli israeliti nella luce più violenta, come assassini di chi fu loro guida e fondatore della loro religione. Nei settant’anni che seguirono la pubblicazione del libro di Freud, ci furono innumerevoli critiche alla sua teoria.

Eppure forse un segno del rancore sepolto degli ebrei contro il loro più grande eroe è emerso nelle parole del primo ministro Golda Meir nel corso di una conversazione con i giornalisti in Germania nel 1973.

In quell’occasione la Meir disse che gli israeliti un po’ risentiti nei confronti di Mosè lo sono, perché, dopo avergli fatto percorrere il deserto per 40 anni, li aveva condotti alla fine in una terra del Medio Oriente dove non c’è petrolio (!).

Adattamento: R.P.

Fonte: Ofri Ilani, Haaretz.com

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One day the king d ‘Egypt Amenophis decided he wanted to see the gods with his eyes. He sent one of the wise men of the kingdom and asked him how to make his dream a reality. The sage replied that the king could have done if he had purified the ‘Egypt by the lepers and other impure people.
The king acted immediately. He gathered all the people with impairments and diseases and confined at the stone quarries east of the Nile, subjecting them to hard work and separating them from the rest of the population.

When the sage saw these acts of cruelty, caused by his prophecy, he feared the ‘wrath of the gods and the destructive consequences of his act and committed suicide.
The lepers worked in the quarries for a long time before Amenhotep should give it eventually deserted city of Avaris to live. Once there, they elected the new residents as their guide an Egyptian priest of Heliopolis called Osarseph,

                                       Moses

and they swore to obey his every order. Osarseph commanded the lepers of the rules, each of which violated Egyptian law. Among other things he forbade them to eat the sacred animals to the Egyptians, and also commanded that these animals were slaughtered wherever they were.
He sent emissaries to the Hyksos, a tribe of shepherds expelled from Egypt by the Pharaohs who at that time lived in a city called Jerusalem, inviting them to join their forces with those of lepers and defeat Pharaoh. After having devoted himself king of the shepherds and lepers, Osarseph changed his name to Moses.

For someone who has always heard of slavery and the exodus of the Israelites from Egypt, the story sounds eerily familiar. The story was written by Manetho (Manetho), an Egyptian priest who lived in the third century BC, and probably based his story on the ancient hieroglyphic inscriptions preserved in Egyptian tombs.

Broadly speaking, you can consider the story of the enslaved lepers and their leader Osarseph as the Egyptian version of the Exodus story. The story continues Manetone recalling that the army of lepers and shepherds from Jerusalem took control of the Nile kingdom, damaged statues of gods and ruled with cruelty over the kingdom. The allies left Egypt only when Pharaoh came with a large army and pushed them north.

Moses was actually an Egyptian priest who led a revolt against his country? Several writers have taken up this theory on numerous occasions in the past, from the Hellenistic period to the twentieth century. Among other things often used in ancient Egyptian sources the name Moses, which was quite common among the Egyptian nobility.

Unfortunately the book of Manetho was lost; the story of Moses-Osarseph is known thanks to Josephus, the historian jew-Roman first century d.C, who mentioned it in his book “Contra Apionem”.

Giuseppe Flavio

                                                                             Josephus

 Josephus resizes the version of the Egyptian priest Manetho, presenting it as a ridiculous story and full of contradictions. Scholars have two positions on the version of Manetho about the birth of the Israelites, some wonder whether it is not a deliberate distortion of the Bible story about the exodus from Egypt, others speculate that the story may be based on historical events recorded in Egypt and transmitted to the priest.

General Moses
The Egyptologist Jan Assmann supports a second thesis. In his view the story Manetho tells is based on traditions employees by two traumatic events in the history of Egypt: the religious revolution of the Pharaoh Akhenaten, known as the King Heretic, who tried to forbid the worship of idols and to impose a religion monotheist with the sun god Aton at its center; the conquest of Egypt by the Hyksos shepherds Semites.

          Exodus

Assmann asserts that the Exodus from Egypt story, as told in the Bible, is a version of that event – the control and the expulsion of the nomads – preserved in the tradition of Canaan, which found expression in the Torah.

True or false, the exodus Manetho version is among the first of the different theories and myths built around the story of the Bible through the generations. These theories have tried to solve the mystery of the version of the facts in various ways and to associate various meanings.

On the one hand Josephus denies the story Manetho on the revolt of the lepers, the other has another narrative no less enigmatic. In the “Jewish Antiquities” he tells a little-known chapter in the life of Moses.

The Exodus neglects the narrative of the life of Moses from the time he was rescued as a child by the daughter of Pharaoh until they witnessed the suffering of his people and killed the Egyptian overseer. Joseph, however, presents this period in detail.

The historian says that Moses was raised in Pharaoh’s palace and that, as an adult, he was appointed head of the army and led the Egyptian troops in the war against their Ethiopian enemies.

The battle was hard. To deceive the enemy, Moses directed the Egyptian army along an unexpected path through the desert. In those territories, surprisingly, he had to fight against an extraordinary opponent: flying snakes, which according to Flavio had been generated in large numbers by the desert terrain.

Moses resorted to a brilliant strategy to overcome the obstacle: he ordered that they were made of baskets and inside we put the bird known in Egypt as the ibis; released in the desert these birds who drove the snakes, clearing the way the Egyptian army with Moses to command.

When the Egyptian army reached Sheba, the capital of Ethiopia, Moses found himself having to solve another problem: the city was fortified and was on an island in the Nile.

            Sheba- Ethiopia

Had there not been an act of betrayal by the Ethiopians, Egyptians would have to withdraw. Therbis, the daughter of the Ethiopian king, after seeing Moses beyond the walls, fell in love, and he sent one of his servants to propose that the city would be handed over on the condition that he had married her.

Moses took the deal, and the city surrendered without violence. So Moses returned to Egypt with an Ethiopian wife.

We tend to believe Joseph when he tells of the revolt against the Romans, and the suicide of the defenders of Masada, but for some reason the story of Moses as a general has never caught on in the Jewish historical tradition.

Scholars Yair Zakovitch and Avigdor Shinan claim that Joseph’s narrative could be due to a tradition, common among the ancient Israelites, regarding the events of the first part of the life of Moses, the period spent in the Pharaoh’s court.

The authors of the Torah, as they say Zakovitch and Shinan, tried to eliminate this tradition, because Moses had as an ally of the Egyptians.

Moses, the priest


Jews have handed the Exodus story from generation to generation Egypt, but the story are also interested in other people and cultures. The Koran, for example, maintains a tradition similar to the biblical Exodus, which is distinguished by an exceptional occurrence: Haman.

The well-known villain in the Book of Esther appears in the Koran as the right arm of Pharaoh, that at the end of the story drowns along with the Pharaoh. There is a clear link between the name of the adviser Ahasuerus in the Book of Esther and that of the Prime Minister of the pharaoh mentioned in the Qur’an, but some claim that the name comes from the ancient Egyptian title Ha-amen, that was reserved for high-ranking officers able to pharaoh’s court.

Christian scholars, particularly in the Renaissance, were favorable to the theory that Moses was introduced to monotheistic belief by an Egyptian priest named Hermes Trismegistus.

This position depends on a verse of Acts (7:22): “And Moses was learned in all the wisdom of Egypt.”

Enlightenment, from this assumption, the scholars argued that the laws of the Torah that Moses gave to his people were actually an imitation of Egyptian laws.

The German poet Friedrich Schiller went further than any other contemporary philosopher in education description that Moses received in Egypt. According to his essay “The Mission of Moses”, the latter as a boy attended school in the Egyptian priestly caste.

The idea of monotheism – a primal force that drives the universe – was transmitted from one generation to another.

The priests, however, kept secret this knowledge, so as not to stir up the rebellion of those who worshiped idols, and so I worked out in the form of hieroglyphics and art animal statuary.

Schiller writes that in general the Egyptian civil constitution was based on the worship of the gods, who were destined to disappear. All the pillars supporting the entire state edifice would collapse simultaneously. It was still quite uncertain whether the new religion, conceived to take its place, would stand long enough to win the building.

During the period in which he was trained to become a priest, Moses learned Egyptian hieroglyphs and the mysterious rituals of the order. When he learned of the suffering of his people enslaved, would both save you reveal the secret of true divinity, who had met at the school of priests.

Since, however, knew the limited insight of his people, Moses decided to identify the god of the priests with the national god of the Jews, with whom they were familiar with the stories of ancestors. Moses revealed the secret of the Egyptian priestly caste but masked in part by another ancient legend.

Thus was born the Jewish religion.

Moses murdered


Schiller’s theory about the Egyptian instruction of Moses and other essays written in diaciannovesimo century offered insights to different theories about the unknown life of Moses. An example is the book Sigmund Freud’s “Moses and Monotheism”, released in 1939, shortly before the author’s death.

Freud adhered to the theory that Moses saw an Egyptian priest. He argued that circumcision was an Egyptian tradition that Moses instituted among the Jewish religion monotheistic Pharaoh Akhenaten. But then that, after having set the people who had chosen the Israelites, inflexible people, they disobeyed and rebelled.

According to the father of psychoanalysis, they could not bear a spiritual religion, abstract and high. So one day rebelled and killed their leader – a shameful episode that was censored by the biblical text, and then forgotten.

After the death of Moses, according to Freud, the Israelites gave up the burden imposed by the religion of Akhenaten and crowned Yahweh, that Freud defisce as a rough narrow-minded local god, violent and bloodthirsty, who ordered his followers to annihilate the people of Canaan. The monotheistic idea was shrouded in darkness; the guilt of the murder of their leader was inhibited in the memory.

The inhibition was only overcome a thousand years ago, in the writings of the Jew Saul (Paul) of Tarsus, one of the founders of Christianity. Remorse repressed killing of Moses turned into the story of Jesus, the Son of God who was killed and came back to save the world.

    St. Paul

Freud, who was a jew, developed the theory in such a way as to represent the Israelites in the harsh light, as murderers of who was their leader and founder of their religion. In the seventy years that followed the publication of Freud’s book, there were numerous criticisms of his theory.

Yet perhaps a sign of resentment against the Jews buried their greatest hero emerged in the words of Prime Minister Golda Meir during a conversation with journalists in Germany in 1973.

On that occasion the Meir said that the Israelites a bit ‘resentful against Moses are, because, after having made him walk the desert for 40 years, had led them to the end of the Middle East in a land where there is no oil (!).

Adaptation: R.P.

Source: Ofri Ilani, Haaretz.com[:]