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Mosè l’Egizio

Mosè l’Egizio

12/31/2014 Arte e Cultura Religione Spiritualità 0

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A Mosè è legata l’idea del monoteismo. Però colui che incarnato questa idea  e l’ha affermata è il faraone della XVIII° Dinastia Akhenaton (Amenofi IV). Di Mosè non siamo così certi che sia mai esistito, ma la sua presenza nelle sacre scritture ci ha accompagnato sino ad oggi. Di Akhenaton sappiamo come e quando è vissuto, alla sua morte però i suoi detrattori  ne condannarono la memoria addiruttura scarpellando i sigilli reali su tutti i monumenti dell’Egitto, soltano ai giorni nostri è stato possibile ridare lustro alla sua riforma religiosa  e innovativa. Sappiamo il legame che unisce Mosè a questa terra, dove nacque e fuggì con il suo popolo.

Mosè è una figura della memoria ma non della storia, Akhenaton invece, è una figura della storia e non della memoria. Alcuni studiosi ritengono che il monoteismo del personaggio biblico deriva da quello del sovrano egizio «Quando tramonti all’ orizzonte d’ occidente/ la terra è al buio/ in stato di morte/ Tutti i leoni escono dalla loro tana/ tutti i serpenti mordono (…) Gli uomini si svegliano e si mettono in piedi/ Tutto il paese si accinge al lavoro». Così recita l’ Inno ad Aton scritto durante i 18 anni del regno di Akhenaton. Nella Bibbia, il Salmo 104 recita: «Tu distendi le tenebre/ allora sbucano fuori tutte le bestie della selva/ ruggiscono i leoncelli in cerca di preda/ Sorge il sole ed essi si ritirano/ si accovacciano nelle loro tane/ Allora esce l’ uomo al suo lavoro/ all’ opera sua fino a sera». Non c’ è testo egizio posteriore che abbia tanta affinità con l’ Inno quanto il Salmo ebraico. La biblica «distinzione» operata da Mosè – il rifiuto cioè di politeismo, idolatria e superstizione in nome del monoteismo – era stata preceduta da un’ analoga «distinzione» da parte del faraone: e vi fu chi, come Freud nella sua ultima opera, L’ uomo Mosè, concluse che il profeta biblico consegnò, da egizio, agli ebrei dell’ Esodo proprio il monoteismo di Akhenaton.

Secondo questa logica si potrebbe pensare che, Yaveh nel «dio cosmico» dei misteri, accessibile solo per via iniziatica e antitetico al politeismo ad uso delle masse e si potrebbe equiparare il biblico tetragramma YHVH («Io sono colui che sono», Esodo,3,14) alle iscrizioni della piramide di Sais («Io sono tutto ciò che è») e di una statua di Iside («Io sono ciò che è»). Di certo si può affermare che la prima «distinzione» dal politeismo risale ad Akhenaton, il cui monoteismo era fondato sulla riconciliazione con Dio e sul perdono delle colpe davanti al tribunale dei morti, in modo che Bà, l’ anima, entrasse nell’ aldilà in stato di purezza. Il Mosè biblico, invece, non parlava al suo popolo di aldilà e introdusse l’ idea di peccato identificato nell’ Egitto idolatra che rifiutava; ma quei saggi che cercarono Dio sul Nilo volevano superare la grande frattura culturale nata da quel rifiuto, in nome di una religione universale. E si rivolsero al Mosè egizio.