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Lo scriba

Lo scriba

05/06/2019 Egittologia Storia 0

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Esisteva un gruppo sociale che condivideva con i sacerdoti il dominio della scrittura: era quello degli scribi, che per lavorare utilizzavano la scrittura demotica. In Egitto, l’uso della scrittura iniziò, in epoca protostorica (c.a. 3300 a.C.), ma la figura dello scriba dedito alla scrittura di testi apparve solo più avanti, quando i lavori amministrativi si fecero più complessi e la riscossione dei tributi, lo stoccaggio dei raccolti e la distribuzione di questi beni furono affidati a dei funzionari.

Nel periodo della V dinastia (III millennio a.C.), l’archivio di Abusir riporta l’esistenza di numerosi scribi ordinati gerarchicamente. Essi godettero sempre di grande prestigio: erano depositari del sapere e alcuni firmavano persino le proprie opere. Ci sono giunti testi che esaltano questa professione, come la cosiddetta Satira dei mestieri, del Medio Regno (2040-1786 a.C.). Qui, un padre si rivolge al figlio ridicolizzando una ventina di professioni per esaltare i vantaggi di essere uno scriba: “Applicati sui libri […]. Potessi farti amare i libri più di tua madre, potessi portare la loro bellezza di fronte a te!”. Parole che sono ancora familiari, anche secoli dopo.

Gli scribi non studiavano in scuole simili a quelle attuali, poiché nell’antico Egitto non esistevano i docenti di professione. Agli apprendisti, che iniziavano a studiare a partire dai dieci anni, si insegnava a scrivere e a fare di conto nei luoghi dove si praticavano queste discipline: gli uffici dell’amministrazione e le sale dei templi, luoghi conosciuti come “case della vita”. Lì si imparava a scrivere attraverso testi che andavano memorizzati. Chi se li ricordava (conservava nel cuore), comprendeva le parole e le frasi mentre acquisiva i modelli culturali di base. Così, mentre imparava a scrivere, si fissavano nella mente determinate conoscenze e ciò, in certo senso, significava anche apprendere i meccanismi del potere.

Quando nel VI secolo d.C. l’imperatore Giustiniano fece chiudere il tempio della dea Iside sull’isola di File, scomparvero gli ultimi conoscitori della lingua egizia e, con loro, le persone in grado di decifrare la scrittura geroglifica. Gli autori greci e latini, e più tardi i padri della Chiesa, credettero che i geroglifici fossero allegorie, cioè che rappresentassero idee e non suoni. Nel V secolo, un autore egizio di nome Orapollo aveva già scritto un saggio sui geroglifici che parlavano della loro interpretazione in maniera allegorica. Nel XVII secolo, il gesuita Athananius Kircher, basandosi sugli studi di Orapollo, incorse nello stesso errore e il suo sistema interpretativo trattò di nuovo i geroglifici in maniera simpolica. Fu solo nel 1799, dopo il ritrovamento della stele di Rosetta, che si cominciò a considerare di poter tradurre i geroglifici.

Fu Jean Francois Champollion che, studiando il testo della stele di Rosetta, scoprì che la scrittura geroglifica era contemporaneamente ideografica e fonetica e a lui va il merito della loro decifrazione, nel 1822. Da più di mille anni ormai la civiltà egizia aveva perso la sua voce e ora l’Egitto tornava finalmente in vita grazie alla magia delle parole divine. I faraoni avevano raggiunto lo scopo che si erano prefissati iscrivendo i propri nomi e le proprie gesta sulle pareti dei templi: essere ricordati pe tutta l’eternità.[:en]

There was a social group that shared the domain of writing with the priests: it was that of the scribes, who used demotic writing to work. In Egypt, the use of writing began, in the protohistoric era (ca 3300 BC), but the figure of the scribe dedicated to writing texts appeared only later, when the administrative work became more complex and the collection of taxes, storage of the crops and the distribution of these goods were entrusted to officials.

In the period of the fifth dynasty (III millennium BC), the Abusir archive reports the existence of numerous scribes hierarchically ordered. They always enjoyed great prestige: they were repositories of knowledge and some even signed their own works. There have come texts that exalt this profession, such as the so-called Satire of the trades, of the Middle Kingdom (2040-1786 BC). Here, a father addresses his son ridiculing about twenty professions to exalt the advantages of being a scribe: “Applied on books […]. If you could make you love books more than your mother, you could bring their beauty in front of you! “. Words that are still familiar, even centuries later.

The scribes did not study in schools similar to the present ones, since in ancient Egypt there were no professional teachers. Apprentices, who began to study from the age of ten, were taught to write and to account in the places where these disciplines were practiced: the offices of the administration and the halls of the temples, places known as “houses of life”. There we learned to write through texts that had to be memorized. Those who remembered them (kept in their hearts), understood the words and phrases while acquiring the basic cultural models. Thus, while learning to write, certain knowledge was fixed in the mind and this, in a sense, also meant learning the mechanisms of power.

When in the 6th century AD the emperor Justinian closed the temple of the goddess Isis on the island of File, the last connoisseurs of the Egyptian language disappeared and, with them, the people able to decipher the hieroglyphic writing. The Greek and Latin authors, and later the fathers of the Church, believed that hieroglyphics were allegories, that is, that they represented ideas and not sounds. In the fifth century, an Egyptian author named Orapollo had already written an essay on hieroglyphics that spoke of their interpretation in an allegorical manner. In the 17th century, the Jesuit Athananius Kircher, based on studies by Orapollo, incurred the same error and his interpretative system treated hieroglyphics in a sympathetic way again. It was only in 1799, after the discovery of the Rosetta stone, that hieroglyphs were considered to be translated.

It was Jean Francois Champollion who, studying the text of the Rosetta stone, discovered that hieroglyphic writing was simultaneously ideographic and phonetic, and he deserves credit for their deciphering in 1822. For more than a thousand years now the Egyptian civilization had lost its voice and now Egypt finally returned to life thanks to the magic of the divine words. The pharaohs had achieved the goal they set for themselves by inscribing their names and deeds on the walls of the temples: to be remembered for all eternity.[:]