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[:it]La pietra della Fenice[:en]The stone of the Phoenix[:]

[:it]La pietra della Fenice[:en]The stone of the Phoenix[:]

05/31/2016 Arte e Cultura Egittologia Religione Spiritualità Storia 0

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Nel 1994 Robert Bauval e Adrian Gilbert hanno scritto un libro intitolato Il mistero di Orione. L’opera, che da allora è stata pubblicata in circa venti lingue ed è ancora disponibile, si basava sulla teoria elaborata da Bauval, allora nuova, secondo la quale le piramidi di Giza intendevano rappresentare la “Cintura” della costellazione di Orione. Le prove a sostegno di questa teoria non rientrano nello scopo del presente volume, ma come tema secondario del libro avevamo discusso anche la leggenda della Fenice egizia, o di un uccello detto bennu. Secondo tale leggenda, che nella sua forma successiva e probabilmente viziata fu riportata dallo storico greco Erodoto, la fenice è un uccello visto di rado, dall’aspetto simile a un’aquila:

«C’è anche un altro uccello sacro, che ha il nome di fenice. Io [Erodoto] non l’ho vista se non dipinta; e infatti raramente viene in Egitto: solo ogni cinquecento anni (così dicono a Eliopoli); e dicono che viene quando le muore il padre. Se somiglia alla sua immagine dipinta le sue dimensioni e il suo aspetto sono come dirò: ha il piumaggio in parte do- rato, in parte rosso acceso. E per forma e dimensioni somiglia piuttosto ad un’aquila. E si racconta di lei quest’impresa, alla quale per conto mio non credo; ma dicono che parta dalla sua terra natale in Arabia e che, portando suo padre avvolto nella mirra, lo trasporti nel santuario del sole, e ivi lo seppellisca. Ecco come farebbe a trasportarlo. Dapprima foggerebbe un uovo di mirra, tanto grande da poterlo portare, e ne tenterebbe il trasporto in volo. Fatto il tentativo, vuoterebbe l’uovo per riporvi il padre, e coprirebbe con altra mirra il punto per dove avrebbe, dopo aver vuotato l’uovo, introdotto il padre. Il quale, posto all’interno, ristabili- rebbe il peso originario; e, sigillato nuovamente l’uovo, lo trasporterebbe in Egitto al santuario del sole. Così dicono che faccia quest’uccello.»

Vi sono varie osservazioni da fare su questa storia, che sembra essere un altro riferimento ai meteoriti sacri. Prima di tutto, il “santuario del sole” citato da Erodoto è un edificio di Eliopoli (un odierno sobborgo del Cairo) conosciuto come il Tempio della Fenice. In esso si trovava un pozzo o santuario sotterraneo, che aveva al centro un obelisco sacro alla fenice egizia o bennu. Contrariamente alla descrizione di Erodoto, essa è descritta nell’antica letteratura egizia e anche in forma di geroglifico sulle mura dei templi, con l’aspetto di un airone grigio anziché quello di un’aquila. Al di là di qualunque leggenda riguardante il suo ruolo nel seppellire il padre a Eliopoli, in genere le sue apparizioni erano considerate come l’annuncio dell’inizio di una nuova era o creazione e i periodi intermedi fra le apparizioni potevano essere molto più lunghi di cinquecento anni. L’egittologo R. T. Rundle-Clark ha messo in relazione l’apparizione della fenice col sole dell’alba che risplende su una pietra piramidale, verticale, chiamata il benben. Lo schiudersi di una nuova era corrispondeva all’inizio di un nuovo giorno, un nuovo anno, un nuovo ciclo di Sirio o qualsiasi altro periodo ciclico:

«Per gli eliopoliti il mattino era segnato dalla luce che illuminava una stele verticale o pyramidion su un supporto capace di riflettere i raggi del sole nascente. All’inizio [dell’evo] un uccello di luce, la Fenice, si era posato sulla sacra pietra, conosciuta come il Benben, per dare inizio alla grande era del Dio visibile. Il sorgere della Collina [primigenia]3 e l’apparizione della Fenice non sono eventi consecutivi ma due afferma- zioni parallele, due aspetti del momento creativo supremo.»

Nelle arti grafiche la Fenice era ritratta come un airone grigio appollaiato sulla cuspide di una sorta di stele sormontata da un pyramidion descritto da Rundle- Clark. Durante l’Antico regno egizio era effettivamente esistita una colonna verticale nel Tempio di Eliopoli, conosciuta come “Pilastro di Atum,” facente riferimento ad Atum, il nome locale dato al dio-sole. In cima a essa era posta una cuspide di pietra chiamata Benben, e la combinazione dei due rappresentò il prototipo di tutti gli obelischi successivi. La parola Benben è interessante di per sé, poiché nell’antica lingua egizia la radice ‘ben’ era legata alla riproduzione sessuale (seme, copulazione, fertilizzare, eccetera). Nel contempo, in lingua ebraica ben ha ancora il significato di ‘figlio di’. La fenice egiziana si chiama bennu, vale a dire ben-nu, che è molto simile a ben-nut. Poiché Nut era il nome della dea del cielo, madre di Osiride e dei suoi fratelli, ben-nu probabilmente significa ‘figlio della dea del cielo’. Se ciò corrisponde al vero, il bennu era pro- babilmente connesso a Osiride, il figlio più importante di Nut, la dea del cielo. Nel frattempo i riferimenti alla dea celeste e ai suoi figli ci riporta naturalmente ai meteoriti e alla probabilità che la pietra benben originale fosse effettivamen- te un simile oggetto di culto. Potremmo però ipotizzare che questo non fosse uno dei tanti meteoriti ritrovati nel deserto, e che fosse stato trovato poco dopo essere visto cadere sulla terra. Essendo in fiamme mentre passava attraverso l’atmosfera, avrebbe avuto l’aspetto di un “uccello di fuoco”. Tuttavia, quando la gente arrivò sul punto d’impatto per cercarlo, non ci sarebbe stata traccia di alcun “uccello”. La sola cosa che avrebbero trovato, e solo se fossero stati for- tunati, era l’uovo dell’uccello: un meteorite che si stava raffreddando. Ciò che però potrebbero aver pensato è che tali rocce provenissero dalle comete.

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Nel 1997, vari anni dopo la pubblicazione di Il mistero di Orione, ho avuto il piacere d’incontrare il dott. Victor Clube, allora senior lecturer presso il Dipartimento di Astrofisica dell’Università di Oxford. Come esperto di comete e asteroidi, era uno dei pochi a parlare della possibilità che nel prossimo futuro la terra sarebbe stata colpita da uno o più asteroidi di medie dimensioni. Durante il nostro incontro il dott. Clube mi lasciò di stucco accennando alla probabilità che gli egizi avessero realmente assistito a impatti di meteoriti. Mi spiegò che tali eventi non avvengono isolati e di solito sono associabili alla comparsa di un corpo cometario progenitore (o di frammenti di una cometa) da cui il o i meteoriti si sono staccati. Le comete, affermò Clube, iniziano la loro vita sotto forma di corpi che girano intorno al sole percorrendo orbite che vanno molto al di là del sistema solare planetario. Le interazioni con l’attra- zione gravitazionale di altre stelle o semplici collisioni con altre comete possono tuttavia influire sulle loro traiettorie. Tali eventi casuali possono perfino causare cambiamenti tanto radicali dell’orbita di una cometa da far sì che cominci a visitare periodicamente il sistema solare interno. Sebbene abbiano l’aspetto di oggetti scuri difficili da individuare perfino con un potente telescopio quando sono molto lontane, queste sono le comete che vediamo. Ciò avviene perché quando si avvicinano al sole diventano luminose. L’energia solare fonde una parte del ghiaccio che le compone e delle altre sostanze chimiche più volatili che le tengono insieme, e a causa dell’evaporazione di tali materiali la cometa sviluppa una o più lunghe “code”.

Spogliata delle sue componenti più volatili, il resto della massa cometaria si divide poi per formare un cosiddetto “sciame” di rocce. Le dimensioni di queste ultime possono variare da sassolini grandi come un pisello o più piccoli, fino a enormi massi rocciosi del diametro superiore a un chilometro. Se la Terra dovesse essere colpita sa un esemplare di questi ultimi, è probabile che ciò provochi un evento di estinzione di massa simile a quello cui si attribuisce la scomparsa dei dinosauri. Fortunatamente per noi, simili eventi non sembrano accadere più di una volta ogni cinquanta o cento milioni di anni. Nonostante ciò, si verificano eventi di minore portata con frequenza molto maggiore; la Terra, in media, è colpita da un masso delle dimensioni di cento metri una volta ogni cento anni circa.

Il dott. Clube poi mi spiegò che da un certo numero di anni la sua squadra stava seguendo un particolare ammasso di comete. Mi disse che rappresentava i resti di una super cometa che secondo i loro calcoli era entrata per la prima volta nel sistema solare intorno al 30.000 a.C. Tutte le componenti volatili di questa co- meta sono state spazzate via da tempo a causa del vento solare. Ciò che ne resta oggi è costituito da un ammasso di rocce piuttosto sparpagliate. Da un’appro- fondita analisi dei dati registrati da antichi astronomi cinesi emerge chiaramen- te che quest’ammasso attraversa l’orbita terrestre ogni cinquecento anni circa. Ogni volta che lo fa c’è una forte probabilità che alcune rocce collidano con la Terra sotto forma di meteoriti. Questo fenomeno, afferma Clube, è ciò che sem- bra aver determinato i culti meteorici degli egizi e di altri popoli. Oltre ai meteoriti abbastanza grandi da sopravvivere al passaggio attraverso l’atmosfera, molti altri forse bruciarono come meteore, illuminando il cielo con un vero e proprio spettacolo di fuochi d’artificio. Chiunque assistesse a eventi del genere avrebbe potuto supporre che si trattasse di stelle cadute dal cielo. Un successivo ritrovamento del residuo roccioso di una simile “stella” sarebbe stato interpretato come il segno che gli dei avevano deposto un uovo: l’uovo della fenice.

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Sebbene sembri probabile, non sappiamo per certo se il benben fosse un meteorite proveniente da quest’ammasso. Tuttavia, qualunque cosa fosse, all’inizio del Medio regno egizio (circa 1991 a.C.) sia il benben che il pilastro di Atum sul quale un tempo era adagiato sembrano essere andati perduti. È probabile che questo sia successo durante l’Antico regno e prima dell’inizio della V Dinastia (circa 2494-2345). In Il mistero di Orione abbiamo sottolineato il fatto che i re di questa dinastia costruirono le loro piramidi ad Abusir. Si tratta di un sito posto un po’ più a sud di Giza che, se si accetta la tesi che le piramidi di Giza rappresentano la Cintura di Orione, corrisponde più o meno alla sua “testa”. La testa di Orione in realtà si compone di tre stelle piuttosto oscure ma ravvicinate: Lambda, Phi 1 and Phi 2 Orionis, e curiosamente i primi tre faraoni che costruirono delle piramidi ad Abusir erano gemelli tra loro. Oltre a costruire piramidi, ciascuno di loro eresse anche un tempio in onore del dio sole, Ra. Questi templi, formati da un recinto che circonda una collina sormontata da un obelisco a forma di troncone, erano chiaramente modellati sul vecchio Tempio della Fenice. Il motivo per cui li edificarono rappresenta uno dei gran- di misteri dell’egittologia, ma almeno una parte della risposta (e alcuni indizi sulle reali origini della Pietra del Destino) è contenuta nel Papiro Westcar.

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Il Westcar prende il nome da Henry Westcar, che lo acquistò nel 1824 e che nel 1839 lo affidò a Karl Richard Lepsius, un egittologo in voga a quei tempi. Oggi è conservato al Museo Egizio di Berlino, ed è indubbiamente uno dei più importanti documenti egizi sopravvissuti fino ad oggi. Si ritiene che risalga al Secondo periodo intermedio, (circa 1786-1567 a.C.), che per coincidenza è anche l’era durante la quale si ritiene vivessero Abramo, Isacco, Giacobbe e gli altri patriarchi di Israele. Tuttavia si tratta quasi certamente di una copia di un papiro ancora più antico che sarebbe stato scritto vari secoli prima, durante il Medio regno. Le storie che narra, però avvengono in tempi ancora più remoti, durante la IVa e la Va Dinastia dell’Antico regno, ovvero l’età delle piramidi. Robert Bauval ed io abbiamo visitato Eliopoli nel 1993, esaminando per conto nostro il famoso Tempio della Fenice. Sebbene l’obelisco che un tempo occupava il posto d’onore fosse scomparso, riuscimmo a vedere il basamento sul quale un tempo poggiava. Ciò che ci interessava di quel tempio era una storia contenuta nel Papiro Westcar riguardante Khufu, il costruttore della Grande Piramide di Giza. In questa storia suo figlio Djedefr? porta a corte un mago di nome Djedi.

Quest’uomo è dotato di rari poteri: ha centodieci anni, può riattaccare la testa tagliata di un’oca all’animale e può costringere un leone a cam- minare ammansito dietro di lui. Ponendogli delle domande, si scopre anche che ha alcune informazioni importanti: egli conosce gli ipwt (numeri) della wnt (stanza segreta) di Thoth a Eliopoli. Khufu gli chiede di dirgli cosa sono quei numeri per poterli utilizzare nella costruzione della sua piramide. Djedi risponde che non li conosce personalmente, ma da dove trovare l’informazione: in una scatola di selce in una stanza chiamata “Ripetizione” nel santuario di Thoth a Eliopoli. Djedi continua dicendo al re che non sarà lui a portargli le informazioni che desidera, bensì il maggiore dei figli contenuti nell’utero di Reddjedet, la moglie di un wab, un sacerdote di Ra. Secondo Djedi, questi bambini sono stati concepiti dal dio sole Ra in persona e un giorno ricopriran- no la carica più importante di quel paese, cioè saranno faraoni.

Questa storia comincia a ricondurci chiaramente ai tre gemelli che costruirono i templi del sole ad Abusir, poiché è proprio a loro che la profezia si riferiva. A Khufu succedettero vari altri faraoni della IV  Dinastia ma alla fine Userkaf, il maggiore dei gemelli, salì effettivamente al trono, inaugurando così la V Dinastia. La storia non ci dice se prima egli abbia davvero portato a Khufu le informazioni richieste, ma il racconto di Djedi è comunque affascinante e secondo me l’affermazione che «gli Ipwt della Wnt di Thoth si trovano in una “Scatola di selce”» merita senz’altro un approfondimento. A giudicare dalle apparenze, il suggerimento che una scatola fosse fatta di selce sembra molto strano. Esistevano delle miniere di selce nel deserto orientale dell’Egitto e fino all’età del ferro le pietre di selce continuarono a essere utilizzate come utensili vari e come strumenti chirurgici. Tuttavia, da un pun- to di vista pratico, l’idea che la selce fosse stata usata in qualunque periodo per fabbricare una scatola in cui custodire informazioni segrete sembra molto improbabile. Innanzitutto non si presta allo scopo. Per sua natura è friabile e, sebbene possa essere utilizzata al posto dei mattoni come materiale da costruzione, il suo impiego si riferiva principalmente alla fabbricazione di armi quali lance e teste di freccia. La mia sensazione, perciò, è che in questo senso la traduzione accettata del Papiro Westcar sia errata; la parola “ds”, che qui è tradotta con ‘selce’ e cui è assegnato come determinativo l’affilatura di coltelli, significa qualche altro tipo di materiale. Quale potrebbe essere?

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Ebbene, potrebbe sembrare strano e un po’ tirato per le orecchie, ma sarebbe più plausibile una spiegazione secondo cui la “scatola di selce” non fosse una scatola, né fosse fatta di selce. In effetti ritengo che probabilmente si trattasse di un blocco di arenaria abbastanza duro da essere utilizzato per affilare i coltelli, ma ancora abbastanza malleabile da poter modificare la sua forma. Questo suona incredibilmente simile alla Pietra del Destino, o in ogni caso, se non alla pietra che conosciamo oggi con questo nome, almeno a una pietra molto somigliante. I motivi che m’inducono a fare quest’affermazione si basano sulla geometria, poiché i «numeri di Thoth» costituivano il sistema di proporzioni che sovrintese alla costruzione della Grande Piramide; per quanto sorprendente possa sembrare, la Pietra del Destino ci fornisce una via geometrica per generare una simile piramide.

Fonte: I Misteri della Pietra del Destino di Adrian Glibert – Harmakis Edizioni

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In 1994 Robert Bauval and Adrian Gilbert wrote a book entitled The Mystery of Orion. The work, which has since been published in twenty languages and is still available, was based on the theory developed by Bauval, then new, according to which the pyramids of Giza intended to represent the “belt” of the Orion constellation. The evidence in support of this theory is beyond the scope of this book, but as a secondary theme of the book had also discussed the Egyptian legend of the Phoenix, or a bird Bennu said. According to this legend, which in its later form and probably flawed was reported by the greek historian Herodotus, the phoenix is a bird rarely seen, looking like an eagle:

“There is also another sacred bird, which has the name of Phoenix. I [Herodotus] I have not seen if not painted; and in fact rarely in Egypt: only every five hundred years (so they say at Heliopolis); and they say that is when her father died. If resembles her image painted its size and its appearance are like tell you: has the plumage in part DO- rato, partly turned red. And in size and shape resembles more an eagle. And he tells her this enterprise, which for my part I do not believe; but they say that it starts from his homeland in Arabia and, carrying her father wrapped in myrrh, the transport in the sanctuary of the sun, and bury it there. Here I would like to carry it. At first foggerebbe a myrrh egg, so big you can take it, and I would try the flight transport. It made the attempt, would drain the egg for storing the father, and would cover with the other myrrh to the point where he would, after emptying the egg, introduced his father. Which, placed inside, ristabili- would the original weight; and, re-sealed the egg, would deliver in Egypt to the sun sanctuary. So they tell me to do this bird. “

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In 1997, several years after the publication of The Mystery of Orion, I had the pleasure of meeting Dr. Victor Clube, then senior lecturer in the Department of Astrophysics at Oxford University. As an expert on comets and asteroids, he was one of the few to speak of the possibility that in the near future, the earth would be affected by one or more asteroids of medium size. During our meeting, Dr. Clube left me nodding stucco to the probability that the Egyptians had actually witnessed meteorite impacts. He explained that such events do not occur isolated and are usually associated with the appearance of a comet parent body (or fragments of a comet) or from which the meteorites came off. Comets, said Clube, begin life in the form of bodies that revolve around the sun along orbits that go far beyond the solar planetary system. However, through the interaction with the gravitational tion of other stars or simple collisions with comets may affect their trajectories. These random events can even cause changes so radical orbit of a comet to cause it starts to periodically visit the inner solar system. Although they have the appearance of dark objects difficult to detect even with a powerful telescope when they are very far away, these are the comets we see. This is because as they approach the sun becomes bright. The solar energy melts a part of the ice that composes and other more volatile chemicals that hold them together, and due to evaporation of these materials the comet develops one or more long “tails”.

Stripped of its most volatile components, the rest of the comet mass is then divided to form a so-called “swarm” of rocks. The size of the latter can vary from pebbles as large as a pea or smaller, up to huge boulders of more than one kilometer in diameter. If the Earth were to be affected knows a specimen of the latter, this is likely to cause a mass extinction event similar to that which it attributes the demise of the dinosaurs. Fortunately for us, such events do not seem to happen more than once every fifty or a hundred million years. Nevertheless, minor events occur much more frequently; Earth, on average, is hit by a boulder the size of a hundred meters once every hundred years or so.

Dr. Clube then explained to me that a number of years his team was following a particular cluster of comets. He told me that represented the remains of a super comet that according to their calculations had entered for the first time in the solar system around 30,000 BC All volatile components of this co meta were washed away by time due to the solar wind. What remains today it is made up of a mass of rocks rather scattered. From an in- depth analysis of the recorded by ancient Chinese astronomers chiaramen- data shows you that this cluster crosses the Earth’s orbit every five hundred years. Every time it does there is a strong probability that some rocks collide with the Earth in the form of meteorites. This phenomenon, says Clube, is what seems to have determined the meteorite cults of the Egyptians and other peoples. In addition to the fairly large meteorites to survive passage through the atmosphere, perhaps many more like meteors burned, illuminating the sky with a real show of fireworks. Anyone assistesse to such events could have supposed that they were stars falling from the sky. A subsequent discovery of the rocky remnant of a similar “star” would be interpreted as a sign that the gods had laid an egg: the egg of the phoenix.

There are several observations to make about this story, which seems to be another reference to the sacred meteorites. First of all, the “sanctuary of the sun” mentioned by Herodotus is a Heliopolis building (today a suburb of Cairo) known as the Temple of the Phoenix. In it was an underground well or sanctuary, which had a central obelisk sacred to the Egyptian phoenix or Bennu. Contrary to the description of Herodotus, it is described in ancient Egyptian literature and also in the form of hieroglyphics on the walls of temples, with the appearance of a gray heron rather than that of an eagle. Beyond any legend concerning its role in burying his father in Heliopolis, usually his appearances were seen as heralding the start of a new era or creation and intermediate periods between appearances could be much longer than five hundred years. The Egyptologist R. T. Rundle-Clark has linked the appearance of the phoenix with the dawn sun shines on a pyramid, standing stone, called the benben. The unfolding of a new era matched the beginning of a new day, a new year, a new Sirius or any other cyclical period cycle:

“For eliopoliti the morning was marked by the light that illuminated a vertical pillar or pyramidion on a support capable of reflecting the rays of the rising sun. Top [Evo] a bird of light, the Phoenix, had settled on the sacred stone, known as the Benben, to begin the great era of the visible God. The rise of the Hill [primitive] 3 and the appearance of the Phoenix are not consecutive events but two parallel assertion tions, two aspects of the supreme creative moment. “

In graphic arts the Phoenix was portrayed as a gray heron perched on the cusp of a kind of stelae topped by a pyramidion Rundle- described by Clark. During the ancient Egyptian kingdom it had actually existed a vertical column in the Temple of Heliopolis, known as “Pillar of Atum,” referring to Atum, the local name given to the sun-god. On top of it he stood a stone spire called Benben, and the combination of the two represented the prototype of all subsequent obelisks. The word Benben is interesting in itself, as in the ancient Egyptian language the root ‘well’ was linked to sexual reproduction (seed, copulation, fertilization, etc.). At the same time, in the Hebrew language well still it has the meaning of ‘son of’. The Egyptian phoenix is called Bennu, ie well-nu, which is very similar to well-nut. Since Nut was the name of the goddess of the sky, mother of Osiris and his brothers, well-nu probably it means ‘son of the goddess of the sky’. If this is correct, the Bennu was probably connected to Osiris, the most important son of Nut, the sky goddess. Meanwhile references to celestial goddess and her children naturally brings us to the meteorites and the probability that the original benben stone was actu- ally similar object of worship. But we may assume that this is not one of the many meteorites found in the desert, and it was found shortly after he saw him fall to the earth. Being on fire as it passed through the atmosphere, it would have the appearance of a “Firebird”. However, when people came to look for him on the point of impact, there would be no trace of any “bird”. The only thing you would find, and only if they had been lucky ones, was the bird’s egg: a meteorite that was cooling. But what might have thought is that these rocks originated from comets.

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Although it seems likely, we do not know for sure if the benben was a meteorite from this cluster. However, whatever it was, at the beginning of the Egyptian Middle Kingdom (circa 1991 BC) and the benben that the pillar on which Atum was once nestled seem to be lost. It is likely that this happened during the Old Kingdom, and before the start of the Fifth Dynasty (about 2494-2345). In The Mystery of Orion we have stressed the fact that the kings of this dynasty built their pyramids at Abusir. It is a site somewhere a little ‘further south of Giza that, if we accept the thesis that the pyramids of Giza are the Belt of Orion, corresponds more or less to its “head”. The head of Orion actually consists of three stars rather obscure but close: Lambda, Phi 1 and Phi 2 Orionis, and curiously the first three pharaohs who built the pyramids at Abusir were twins among them. In addition to building the pyramids, each of them also erected a temple in honor of the sun god, Ra. These temples, formed by a fence surrounding a hill topped by an obelisk-shaped stump, were clearly modeled on the old Temple of the Phoenix. The reason why they built them is one of the gran- mysteries of Egyptology, but at least part of the answer (and some clues about the actual origins of the Stone of Destiny) is contained in Westcar Papyrus.

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The Westcar named Henry Westcar, who purchased it in 1824 and in 1839 entrusted him to Karl Richard Lepsius, an Egyptologist in vogue in those days. Now it preserved in the Egyptian Museum of Berlin, and is undoubtedly one of the most important documents Egyptians survived until today. It is believed to date back to the Second Intermediate Period (about 1786-1567 BC), who coincidentally is also the era in which it is believed they lived Abraham, Isaac, Jacob and the other patriarchs of Israel. However it is almost certainly a copy of a more ancient papyrus that would be written several centuries earlier, during the Middle Kingdom. The stories they told, however, take place in even more ancient times, during the IVa and Va Dynasty of the Old Kingdom, or the age of the pyramids. Robert Bauval and I visited Heliopolis in 1993, examining our own the famous Temple of the Phoenix. Although the obelisk that once occupied the place of honor had disappeared, we were able to see the base on which rested a time. What interested us in that temple was a story in Westcar Papyrus concerning Khufu, the builder of the Great Pyramid of Giza. In this story, his son Djedefr? It leads to a courtyard named Djedi magician.

This man is endowed with rare powers: he has one hundred and ten years, can reattach the severed head of a goose animal and can force a cam- undermine tamed lion behind him. Asking him questions, he also discovers he has some important information: he knows the ipwt (numbers) of the wnt (backroom) of Thoth at Heliopolis. Khufu asks him to tell him what are those numbers for later use in the construction of his pyramid. Djedi says he does not know them personally, but where to find the information: in a flint box in a room called “Repeat” in the sanctuary of Thoth at Heliopolis. Djedi goes on to say to the king that he will not bring you the information you want, but the eldest of the sons of the uterus content Reddjedet, the wife of a wab, a priest of Ra. According Djedi, these children were conceived by the sun god Ra in person and one day ricopriran- not the most important position of that country, that will be the pharaohs.

This story begins to bring us back clearly to triplets who built the temples of the sun at Abusir, since it is they that prophecy was referring. A Khufu succeeded several other pharaohs of the Fourth Dynasty but eventually Userkaf, the eldest of the twins, actually ascended to the throne, thus inaugurating the Fifth Dynasty. History does not tell us whether he has really brought before Khufu in the required information, but the account of Djedi is still fascinating and I think the statement that “the Ipwt of Wnt Thoth are in a” flint box “” deserves certainly a consideration. Judging by appearances, the suggestion that a box was made of flint seems very strange. There of flint mines in the Eastern Desert of Egypt and up to the Iron Age flint stones continued to be used as various tools and how surgical instruments. However, from a stabbing to a practical standpoint, the idea that the flint had been used at any time to manufacture a box where to keep secret information seems very unlikely. First of all, it does not lend itself to the purpose. By its nature is brittle and, although it can be used instead of brick as a building material, its use is mainly referring to the manufacture of weapons such as spears and arrowheads. My feeling, therefore, is that in this sense the accepted translation of the papyrus Westcar is wrong; the word, “ds” which is here translated as ‘flint’ and which is assigned as the definite sharpening of knives, it means some other type of material. Which could be?

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Well, it might seem strange and a bit ‘pulled by the ears, but it would be a more plausible explanation that the “flint box” was not a box, nor were made of flint. In fact I think that probably it was a block of sandstone tough enough to be used to sharpen knives, but still malleable enough to be able to change its shape. This sounds remarkably similar to the Stone of Destiny, or at least, if not to the stone we know today by that name, at least to a very similar stone. The reasons that lead me to make this statement are based on the geometry, because the “numbers of Thoth” constituted the system of proportions that oversaw the construction of the Great Pyramid; surprising as it may seem, the Stone of Destiny gives us a geometric way to generate a similar pyramid.

Source: Mysteries of the Stone of Destiny Adrian Glibert – Harmakis Editions[:]