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La cerimonia della “Apertura della Bocca”.

La cerimonia della “Apertura della Bocca”.

03/23/2015 Egittologia Religione Spiritualità Storia 0

 

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Non c’è probabilmente altro rituale della civiltà dell’Antico Egitto maggiormente noto e diffuso di quello cosiddetto della “Apertura della Bocca” (upet-r). Tale rituale, dai significati molteplici e a volte apparentemente contraddittori,  è infatti attestato in tutte le fasi delle lunga storia egizia, seppur sottostando, nel corso degli oltre tre millenni della cultura faraonica, a svariati cambiamenti e modificazioni, tanto nella documentazione epigrafica e testuale quanto in quella archeologica. Come già anticipato, in Egitto il rituale dell’apertura della bocca si praticava, fin dai suoi esordi, non solo sulle statue divine e/o regali, ma anche su quelle dei privati e soprattutto sulle mummie e sui sarcofagi antropoidi (d’ora in poi parleremo solo di mummia per comodità), nella loro autentica natura di statue o meglio, per dirla con Assmann, di “rappresentazioni”, della persona vivente o defunta.
 
 
La mummia, infatti, al pari della statua, serviva al defunto come supporto della sua vita eterna la quale era concepibile, secondo gli Egizi, solo per il tramite del mezzo corporale. Allo stesso tempo entrambe erano finalizzate a mantenere la presenza dell’individuo nel mondo dei viventi pur nella piena consapevol ezza della sua assenza. Ciò che durante l’esistenza corporale era svolto dal corpo in carne e ossa, dopo la morte era assolto, sul piano tanto simbolico quanto concreto e sensibile, dalle statue e/o mummie del defunto, che fungevano da moltiplicatori dell’io individuale sul piano spaziale e temporale. Tutto ciò è tanto più vero per la divinità se si considera, per esempio, l’incredibile numero di tombe cenotafio di Osiride o la moltiplicazione di figurine fittili dello stesso Osiride o di Sokar che venivano seppellite ritualmente a Karnak e ad Abido durante manifestazioni di culto di ambito popolare.
 
 
Il rituale si presentava, quindi , come un complesso insieme di formule magiche tramite le quali animare e far nascere (o meglio rinascere nel caso delle mummie) le cose viventi, nel senso più ampio che al termine si può dare, conferendo loro la vita o soffio vitale e permettendo il fondamentale interscambio fra i differenti piani del cosmo. La cerimonia era diretta principalmente a rendere fattivo un passaggio spirituale e, di conseguenza anche concettuale, fra due delle principali forme immateriali degli esseri viventi tutti, divinità e faraone compresi, ossia quelle di ba e akh un passaggio che poteva avvenire solo se l’essere animato, rinato (mummia) o creato ex-novo (statua), accoglieva in sé lo spirito o scintilla vitale di derivazione divina e universale (il cosiddetto ka). Questo, unendosi al ba , l’anima vera e propria dell’essere animato, consentiva la rinascita nella vita ultraterrena e il raggiungimento dello stato di spirito perfetto (akh).
 
Il rituale, tanto nella sfera privata (tomba di Metjen) quanto in quella regale (Testi delle Piramidi) venisse ripetuto per quattro volte e fosse indirizzato verso i quattro punti cardinali, proprio a richiamare la totalità dell’individuo (quattro sono anche i vasi canopi che contengono le interiora del defunto) sottomesso alla totalità del cosmo, al quale l’individuo stesso (il sovrano nei Testi delle Piramidi, una fascia sempre più ampia della popolazione a partire dal Medio Regno – 2055-1650 a.C. circa – in poi) era destinato a ritornare secondo la concezione escatologica corrente. Quanto detto finora potrebbe far credere, però , che il rituale dell’apertura della bocca fosse una pratica sostanzialmente limitata all’ambito funerario e mortuario, ma non è affatto così, dal momento che, come in Mesopotamia, la pratica era fortemente associata alla consacrazione e creazione delle statue divine e/o regali, e alla loro collocazione, e conseguente venerazione, all’interno dei templi.
 
 

Come chiaramente specificato sulla Pietra di Palermo (metà della V dinastia – circa 2450 a.C.), una delle fonti testuali più antiche e autorevoli al riguardo, dato il suo carattere di documento ufficiale, la cerimonia prevedeva la “nascita e l’apertura della bocca [della statua] del dio X – meset upet-r (dio X)”. Ciò evidenzia, quindi, come il rituale fosse applicabile non solo ad un “supporto” corporeo naturale e reale come la mummia, ma anche ad una creazione ex-novo (statua o immagine per dirla alla egizia – vedi oltre) di un’altra entità, sia essa il defunto stesso, un sovrano o un dio, come nel caso della Pietra di Palermo appena citata. Questa connotazione del rituale dell’apertura della bocca come non esclusivamente funerario si riscontra, grosso modo nello stesso periodo della Pietra di Palermo, anche nel tempio solare di Niuserra (sesto faraone della V dinastia: 2445 – 2421 a.C. circa) dove la citazione del rituale, con la stessa medesima formula vista in precedenza, è presente nelle iscrizioni ufficiali di consacrazione del tempio, ritrovate nel tempio a valle ma riferite ad ambienti di culto del tempio superiore in cui tale rituale doveva essere esplicato.

 
L’apertura della bocca riuniva in sé tradizioni cultuali e rituali assai eterogenee, provenienti da almeno 6 campi diversi: rituali per le statue, rituali d’offerta funeraria, rituali di mummificazione, rituali di sepoltura, rituali di macellazione, e più generici rituali di purificazione praticati nel culto ordinario templare. Sulla base della centralità d’uso di un particolare strumento cultuale (l’asta dua-ur) di cui si dirà oltre, solitamente utilizzato per il culto delle statue nel Nuovo Regno, e in mancanza di ulteriori, precisi indizi cronologici,  l’apertura della bocca doveva aver avuto il suo primo impiego e ragion d’essere nei rituali di preparazione e consacrazione delle statue delle divinità, sia nello svolgimento delle principali festività religiose che del culto templare quotidiano.
 

Fra le suppellettili utilizzate nella cerimonia dell’Apertura della Bocca le principali erano certamente due: il peshes-kaf, un coltello rituale in selce, dalla forma allungata e sottile e con una terminazione a coda di pesce; le lamine netjeruy, una sorta di lastrine piatte di ferro meteorico dalle estremità ricurve, simboleggianti dita umane. Come testimoniato sia dalle evidenze archeologiche citate in precedenza che dai Papiri di Abusir, e soprattutto dai Testi delle Piramidi in ambito regale, questi due strumenti rituali, che avranno (soprattutto il peshes-kaf) molteplici impieghi nei rituali di culto del Nuovo Regno, essendo principalmente utilizzati durante il processo di mummificazione, dovevano avere avuto originariamente significati molto di versi, legati ad ancestrali pratiche rituali connesse con la nascita di un individuo.

 
rito
 
 

Le lamine netjeruy dovevano servire a “purificare” la bocca del defunto risorto per consentirgli di poter ricevere e mangiare le offerte allestite per lui, iniziando così la vera e propria vita eterna; un atto dal forte valore simbolico e dalle evidenti implicazioni pratiche sia nella quotidianità della vita umana, nel caso dei neonati, che nel culto divino e funerario delle statue e/o del defunto rinato, come si dice in riferimento al sovrano nei Testi delle Piramidi. Altrettanto significativi sono anche alcuni passi successivi dei Testi stessi, laddove si parla delle offerte che venivano portate al faraone rinato subito dopo aver compiuto l’apertura della bocca. Dalla tipologia di offerte, si evidenzia chiaramente che si tratta di alimenti “iniziatici”, ossia cibi dalle valenze sia simboliche che soprattutto pratiche, che avevano il compito di consentire la dentizione e lo svezzamento del defunto rinato (e chiaramente del neonato e/o delle statue negli altricasi) al fine di prepararne la vita autonoma. Solo in seguito, infatti, il defunto riceveva la vera e propria offerta funeraria, solitamente la coscia anteriore del bue, da cui iniziava il rituale di offerta vero e proprio.

 
La creazione dell’essere vivente, con la nascita e il conseguente “svezzamento”, si configurava, dunque, come un momento catartico e rigenerativo, di carattere universale, in cui si ripeteva continuamente ed eternamente, sebbene in forme specifiche e parziali nel tempo e nellospazio, l’originale atto creativo del mondo. Tramite queste suppellettili rituali (coltello peshes-kaf) di grande pregnanza simbolica, l’essere vivente appena creato e/o rigenerato alla vita, come nel caso del defunto, sconfiggeva il caos primordiale raffigurato da Apophis, dividendo in due quello che originariamente era unito (placenta e neonato da un lato – defunto e caso primordiale dall’altro), ossia moltiplicando l’unità e dando forma e vita all’informe, in ciò riproponendo, nel microcosmo della sua esistenza, la nascita del sole all’interno del dramma cosmico della creazione. In seguito, il defunto/statua tramite le lamine netjeruy e/o l’asta dua-ur, acquisiva la sua natura divina, o meglio partecipava di quella scintilla vitale che era stata donata agli uomini dagli dèi e che era simboleggiata dal materiale stesso in cui erano intagliate queste ultime due suppellettili, il ferro meteorico di origine celeste e, dunque, soprannaturale.
 
 

È da notare, infatti, come, in virtù dell’alto numero di ritrovamenti della strumentazione cultuale relativa alla cerimonia dell’apertura della bocca (peshes-kafin particolare) nelle primitive comunità tribali, poi divenute “chiefdom”, del periodo Naqada I-III, sia ipotizzabile che la cerimonia dell’apertura della bocca fosse stata originariamente appannaggio di una consistente elite politica del paese. Con la graduale unificazione della terra del Nilo e con la sacralizzazione della figura del sovrano, connotazioni “divine” devono e ssere state aggiunte al rituale, verosimilmente allo scopo di rendere palese la differente, celeste natura del suo primo destinatario. Queste connotazioni vennero molto probabilmente prese dal parallelo, e più importante, rituale templare delle statue, dove elementi di carattere divino e soprannaturale (le lamine netjeruy e l’asta dua-ur) andavano a completare la cerimonia della “creazione/nascita” della statua della divinità. Per marcare ulteriormente questa distinzione e renderla comunitariamente riconosciuta e consacrata, il tutto venne trasferito e unificato in alcuni rituali diretti alla persona del faraone, nella cui dualità intrinseca di umano e divino, Alto e Basso Egitto, immagine e forma degli dèi ma corpo mortale lui stesso, si venivano concentrando tutte le possibili implicazioni terrene eultraterrene dei più svariati rituali.

 
Testi delle Piramidi
 
Un ultimo aspetto di carattere socio – culturale merita, infine, d’esser ricordato: la presenza e centralità nel rituale dell’apertura della bocca del “figlio amato” del defunto, menzionato sia nella forma testuale più antica della cerimonia, i Testi delle Piramidi, che nei più recenti Libri dei Morti, e presente fin nelle ultimissime versioni dell’epoca tarda. Se da un lato la sua presenza appare scontata, considerando il fatto che in tutte le società antiche il figlio primogenito era destinato alla successione patrilineare dell’eredità e del potere familiare, dall’altro, come sottolineato da più parti, costui ha immediati ed espliciti richiami con il paradigma osiriaco e con i misteri della sua morte e resurrezione, richiami che arrivano in molte versioni dei Libri dei Morti, anche in contesto privato, a citare esplicitamente come Horus il figlio del defunto, protagonista della parte centrale della cerimonia, un ruolo cerimoniale e mito-poietico un tempo prerogativa esclusiva del sovrano e/o del sacerdote ritualista. Ancora una volta, dunque, un archetipo regale viene messo a disposizione di una moltitudine di “persone comuni” la cui perpetuazione del rituale diventa di per se stessa garanzia e convalida della sua costante efficacia ed eterna validità. Quanto detto, d’altro canto, testimoniata ulteriormente della natura multiforme e sfaccettata della concezione religiosa e della speculazione teologica egizia, in cui il sincretismo di metafore e significati, continuamente arricchiti, reinterpretati e vivificati, non inficiava la pratica cultuale e rituale ma la rendeva, anzi, sempre più viva ed efficace perché legittimata dalla potenza e dal prestigio della tradizione.
 
 
 

 

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